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Le Tazze Mia madre guarda sempre le tazze in Beautiful e mi dice: Adesso vorrei che mia madre potesse vedermi andare in giro per i corridoi, le stanze del mio dipartimento, sedermi, salutare, parlare al telefono, sorridere e andare alle riunioni con la mia bella tazza californiana tra le dita, colore arancio caldo, di fattura messicana, proprio come in Beautiful. La tazza del mio boss è forse la più bella: il dipinto di un bellissimo fondoschiena maschile. Lei è bionda, ricchissima, parla di milioni di dollari, accarezzando davanti a tutti questa bella tazza pesante, girandola tra le dita, portandola alle labbra, sorseggiando di tanto in tanto e parlare di progetti dispendiosissimi con quell’aria che fa tanto Sharon Stone, e quell’inevitabile, calcolatissima, splendida risata femminile che sconvolge l’ordine delle cose. Ridere in quel mondo, valutando il momento esatto in cui inserire una nota di depistaggio durante una riunione di menti maschili-categoria peso massimo, equivale al parto strategico di Brooke tra le braccia di Ridge: smorza le difese, azzera i conti, spiazza il nemico. Conquista e ammalia. Ma la sua tazza è qualcosa che mi distrae fortemente. Civetterie di donne. Invidie parallele scorrono tra le carte che ci distribuiamo. Anzi, l’invidiosa sono io. La riunione impazza su toni internazionali e io mi impunto su una sola cosa: la sua tazza. Gliela strapperei dalle mani e la porterei in bocca, con qualsiasi tipo di caffè dentro. Mi sento un po’ malata nella testa. Oggi la ruberò. Potrei corrompere il solito nero alla sicurezza del secondo piano, quello più ciccione e disponibile al sorriso di una siciliana in California. Le persone col cartellino giallo non salutano mai, ma io passo sempre davanti al desk con un’aria da cinematografo, e lui si commuove tutto. Come faccio la scema io da queste parti non la fa nessuno. Oppure potrei attardarmi fuori orario, utilizzando tutti i pass magnetici a mia disposizione, posso praticamente entrare ed uscire da uno dei luoghi più blindati del pianeta. Tutto per una tazza con il più bel fondoschiena maschile del mondo. Ma questa è una Mission Impossible. Sono sconsolata e mi fermo in giardino con il viennese Heinz, responsabile di Drawings, che sbircia tra i miei sguardi un pensiero europeo che gli sia appena confidenziale. Lui non pensa a queste cose, è praticamente al bivio tra l’odio verso gli americani e il sistema di come fregarli, che equivale poi a rubare la prossima chilometrica telefonata intercontinentale per chiamare la sua amata Brigitta, sussurrando in tedesco per circa mezza giornata. P.S.:Fu quello il momento esatto in cui architettai a danno di Heinz credo lo scherzo più spietato mai realizzato contro un collega. Ma di questo ne parliamo un’altra volta. Oltretutto, non è facile descrivere. Ho dimenticato la frase che Jessica mi aiutò a scrivergli. Ma sappiate che la tortura del povero Heinz durò circa un mese, tutti i giorni lavorativi e –per come me la pensai- si ripeteva automaticamente ogni 15 secondi.

“Vorrei proprio sapere cosa bevono gli americani dalla mattina alla sera in quelle tazze”.
Si, perché in Beautiful c’è sempre qualcuno con una bella e robusta tazza colorata in mano: si alzano, si siedono, baciano, scopano, tradiscono, si sposano, divorziano e partoriscono sempre con la tazza in mano.
Decidiamo strategie di acquisto, se aprire o chiudere accordi col Met, avviare una mostra o restaurare una scultura, ma non possiamo far nulla senza la nostra bella tazza decorata in mano, piccolo trofeo psicologico da esibire, disegno delle singole personalità, tratto distintivo del proprio carattere. Elegante estensione del proprio corpo, è come una torre di difesa, una propaggine di quello che vogliamo dimostrare di essere. E sul tavolo delle riunioni sembra di vedere piazzate tante roccaforti l’una contro l’altra, con l’apparente inganno di credere di trovarsi ad una chiacchierata tra amici a colazione, con biscottini, tisane e aromi caldi e vaporosi.
E allora calcolo margini di manovra, occasioni di furto, spio secondi di distrazione, misuro attimi di posizionamento occasionale: la tazza abbandonata fumante come rivoltella sul tavolo del Boss.
Seduti sulla panchina davanti alla piscina, lo guardo di sbieco. E’ di forma cubica con gli occhialini tondi.
“Heinz”
“Si?”
“Ieri sono entrata in una stanza”
“Quale stanza? Dove?”
“Al terzo sottolivello”
“Non ci posso andare lì. Mai stato”.
“Ci sono i magazzini e quindi ho il pass. La stanza è lì sotto”
“E che c’era?”
“Fanti fili”
“Fili?”
“Una stanza enorme attraversata da fili. Fili di tutti i colori, grandi grossi e sottili, sulle pareti, a terra, sul tetto, tutti collegati a dei monitor, centinaia di milioni di miliardi di fili collegati a decine di centraline che pulsano con luci intermittenti. Non ho mai visto nulla di simile in vita mia, neanche nei film di fantascienza”
“E cos’era?
“I fili dei nostri telefoni”
Fissiamo la brillantezza californiana della spettacolare piscina stagliata di fronte a noi. Il catatonico si è impossessato dei suoi muscoli facciali. Quando Heinz ha paura gli esce la voce a fischietto.
“I fili dei nostri telefoni?”
“Si quelli miei e tuoi, di tutti. Praticamente sanno ogni cosa, quello che facciamo, cosa diciamo, a chi lo diciamo. E soprattutto per quanto a lungo lo diciamo”.
Sento il click delle sue spalle che si incurvano a scatto.
“Faccio prima a pagarmi un volo di rientro per l’Austria che pagare la bolletta”.
“Si anche un volo a tariffa piena dell’ultimo minuto senza prenotazione”
“E prima classe”
…
“Heinz”
“Sì?
“Io e te, qui… come rubare a casa del ladro”.

“In ventisette anni di amicizia, l’ho sempre chiamato “maestro”, mai Hugo, ma di fatto siamo stati compagni di vita, di viaggi, di bevute. Con gli anni, il rapporto è diventato sempre più stretto e non solo perché insieme abbiamo realizzato Tutto cominciò in una estate indiana e El Gaucho. A un certo punto, avevamo addirittura in mente di comprare una barca e andarcene lontano, ma poi lui è morto. Ed è stato peggio di quando se n’è andato mio padre… Non ho mai conosciuto un uomo più libero di lui: naturalmente questo implicava delle spigolosità nell’uomo, deciso a combattere contro ogni ricatto affettivo. Di me, apprezzava moltissimo che sapessi sempre quando era il momento di andarmene…Ricordo nitidamente il nostro ultimo incontro, nel giugno del ’95. Al telefono mi aveva detto: “Milo, se non vieni non ti vedo più”. Andai da lui, in Svizzera, e fui colpito dalla sua magrezza, ma aveva anche un’aria molto serena. Mi portò come sempre in un ristorante cinese di Losanna. “Alla fine di agosto, torno”, gli dissi. E lui “Vedremo”…Ci siamo salutati come se stesse partendo per uno dei suoi tanti viaggi, ma da allora non l’ho più incontrato”. Milo Manara, in La Repubblica, 25/03/2005, p.51.
Hugo Pratt è stata l’unica persona cui abbia mai chiesto un autografo nella mia vita. Lo vidi, nella sua possente forza fisica, credo alla fine degli anni ’80, ad una delle edizioni della mostra del fumetto a Lucca. C’era tanta gente, mostre, libri, tavole. Ebbi emozione immensa: lì davanti a me, con quegli profondi e chiari che brillavano su tutto. Sono timida in queste cose. Lasciai l’amico con cui ero andata e mi feci spazio tra la gente. Gli dissi: “Maestro, la prego…” e lo guardai con gli occhi di una bimba. Cercai in modo goffo qualcosa dentro la mia borsa e in fretta gli diedi un foglietto piccolissimo. Dovevo essere veloce, temevo mi scappasse. Invece, lui mi sorrise, più alto di me… dall’alto, poi si avvicinò ad uno stand e prese un foglio grande. E lì, proprio in diretta, al mio cospetto, disegnò un mare, una barca sottovento e un bellissimo uccello che vola lassù nel cielo. Due tracce di penna qui e lì, la sua firma bellissima, un ultimo sorriso, e mi consegnò questo prezioso schizzo che ho portato con me in tutte le case dove sono stata da allora. Mentre scrivo, lo guardo sulla parete di fronte e tutte le volte volo via lontano. Ciao, Hugo. Chissà che tavole bellissime stai disegnando in Paradiso.
Per noi, a 10 anni dalla sua morte, una mostra titolo evocativo: “Periplo immaginario”. Siena, Palazzo Squarcialupi (fino al 28 agosto). Opere dal 1945 al 1995.
I PUNTUTI
Ci sono uomini puntuti di petto che si avvicinano alla donna procedendo dritti dritti.
Bisogna immaginare, per esempio, la stanza del mio studio, una porta chiusa alle loro spalle, io in piedi accanto alla mia scrivania a braccia conserte e questo uomo puntuto di petto che avanza monogranitico.
Questi uomini hanno qualcosa di uccellesco nel piglio e nello sguardo a tuttotondo, ma, di più, sono a blocchetto di muratura e quando vogliono provarci (cosa che fanno a tutti i costi, anche contro le intemperie) li riconosci dal caratteristico passetto, che è sinonimo di una solida costanza interiore: due sole falcate calcolate e raggiungono la donna. Si pongono davanti e camminano rigidi nella loro incrollabile volontà. Magari fanno pure un sorriso, il sorriso della vicinanza, quello che dovrebbe far crollare la resistenza, o renderli più simpatici. Per la maggior parte, hanno un corpo squadrato ed usano completo giacca e cravatta che acutizza la famosa rettangolarizzazione del professionista cinquantenne.
Descrivo il loro incedere, lasciando per scontata la malaffigura che riportano a casa (quella è ovvia). Non parlo infatti di come vengano sistematicamente scaricati all’indietro, senza neanche che ti tocchino, bruciati dallo sguardo a scossa elettrica prodotto dai miei sensori di aggressione posizionati dietro questi occhi grandi, uno special-bonus ad effetto devastante che fuoriesce in un nanosecondo dalla mia freddezza imperiale. Sono automatismi congeniti alla mia natura notoriamente molto snob e davvero antipatica e selettiva in quanto alla scelta dell’uomo in sé.
Vorrei invece parlare del loro procedere e del loro retrocedere. Così come avanzano dritti dritti, così retrocedono dritti dritti senza girarsi, a movimento retrattile. Della serie: ci ho provato e torno indietro.
Sembrano armadi con le rotelle: in altre parole, il corpo non si adagia all’ondulazione naturale dell’anca che asseconda il passo, il braccio non si piega lievemente come quando l’intera struttura è in movimento, il collo non avverte la flessione sottile del torace. Sono rigidi come l’armadio della nonna, quello pesante e scuro, tenuto sempre chiuso. Lo metti sul muletto per farlo scorrere e tutto quello che è dentro deve assolutamente rimanere intatto (matrimoni, figlioli e conto in banca): così si muovono gli uomini dal petto puntuto in avvicinamento continuo e perpetuo verso la donna da conquistare. Sono sicura che se ci fosse una caccolina a terra, la calpesterebbero senza neanche notarla sotto la pianta dei piedi, io che sono così sensibile se una pieghetta delle autoreggenti fa il minimo capriccio. Ovviamente, una tal energia robotica deve supporre l’assoluta mancanza del dubbio personale.
E su questo vuoto esistenziale, appena uscito dalla porta, si impianta la mia puntuale domanda: “Ma dove credeva di andare, questo qui?”.
Lungo freddo inverno siciliano, nero e nascosto. Muri e cortili sigillati, ferri e mostri tenuti al caldo. Resoconti privati in rassegna muta. Luce lunare sulle pietre di calcare e aria gelida straniera in trofeo imperiale all’ingresso dell’Athenaion segregato.
La profumaia si chiude nel paltò nero. Mi somiglia, forse. Alta, guarda i miei spostamenti. Ieri parlammo piano di pelle e unguenti prodigiosi. Poca enfasi e nessuna pubblicità. Uomini nascosti dietro i discorsi, allineanti nelle nostre educate riservatezze. Salgo in casa. Uno stereo con musica scozzese di Portishead mi accompagna sotto la doccia bollente. Sicilia ghiacciata e donne che si proteggono.
Comunicazione (che mi piace assai): il mio mitico MARIETTO, dopo KINGLEAR, è stato pubblicato anche su PAROLEDISICILIA!!! Ma, visto che tutti già lo conoscete, prendete occasione per leggere i racconti degli altri autori. Grazie!...e grazie Mauro.
P.S.: nessuna news da Marietto, nel frattempo. Ci vediamo tutti i giorni e mi chiede di questo mondo-blog nel quale è capitato a sua insaputa. Peccato non sappia dove è pubblicato… Chissà, un giorno gli dirò che sono la Missy.