LO SPASIMO
Allo Spasimo lui mi ha sniffato il collo.
Lo Spasimo mi fa BOOM!
Lo Spasimo dentro la Kalsa.
La Kalsa è larga e prende tutto.
Precipitazione all’inferno, Cinico TV debordante lo schermo, è tattile, gigantesca, uno choc di odori e voci, muri bombardati vissuti buco per buco, signore lente e uomini palermitani bellissimi.
Bellissimi.
Uomini Palermitani Bellissimi in questa Palermo multipla.
Alti, magri, scuri, occhi chiari e duri, morbidi da gatti e di necessità spietati. La lunghezza del mondo conficcata dietro pupille chiare, pensieri disegnati ciglia per ciglia, finestre verso universi paralleli, velocità di mente, poche parole con accento sexy che stona. Hanno lo scheletro alto degli afgani, profilo ariano, occhi normanni.
La bocca fenicia ben sagomata: è sesso tridimensionale.
Gambe affilate, braccia scure, capelli neri o biondi, è indifferente. Camminano da maschi. Guardano da maschi. Sui loro occhi potrei spendere un patrimonio così ampio di aggettivi stupendi, da restarne dilapidata e priva …indebitarmi ancora per trovarne altri e sapere di non farcela a finire. Sono senza fiato.
Il barista, il parcheggiatore, bambini, adulti e vecchi, uomini in SUV e ragazzini in due sul motorino senza casco, ricchi signori con la tazzina di caffè sulle labbra e pagine di letteratura scritte parola per parola dietro gli occhi a fessura, o sgaiattolanti picciriddi dai vicoli della Kalsa.
Spasimo!
Bambine sedute sui davanzali di finestre senza infissi, icone votive che parlano giù ai ragazzini innamorati, l’Ape dei genitori è un pezzo di ferro corroso con due bottiglie fresche da vendere e una lampadina isolata, desolata, destrutturata, deconcentrata, debilitata, derivata, dedicata ad un filo elettrico come bip di sopravvivenza dall’oltremondo.
Dice che io sono il suo bottino da guerra persiano, ma non può insegnare la Storia a me! E continua a sniffarmi il collo senza preavviso mentre giro distratta verso quel portone rosicchiato dal caldo.
E’ un ladro. Tutti delinquenti, qui.
“A Palermo non c’è Grecia” rispondo sintetica e asciutta come questo caldo che mi appiccica la camicia alle ossa, all’anima rinsecchita, sono essenziale estinta prosciugata consumata succhiata e scavata; mi distacco in un moto di indipendenza: “e poi i Greci vinsero sui Persiani” lo freddo ma non si fredda nulla qui: tutto scotta, un pentolone di streghe siciliane che ribolle da secoli. E io chi sono? Inseguo un cortile mentale del passato, tra pavoni di oro e fonti d’acqua celeste, ridotti a mosaici di Beirut. Dei giardini pensili è rimasta ombra di umani e ombra di cani. La povertà, in realtà, è bianco sporca. Mai nera.
Sono sagome su muri rotti di Hiroshima.
E allora se penso di esser alla Kalsa come turista mi sento stronza, se penso di esser qui come siciliana, mi sento male, se penso di esser qui come donna mi sento affascinata, sedotta, rapita, calamitata, magnetizzata, atomizzata, contaminata, manipolata, cambiata e rivoltata. Se penso di esser qui per caso voglio restarci: la voglio sentire tutta questa aria sporca di fogna e palazzi crollati, di chiese normanne ricamate di segnali tortili e voragini dell’ultima guerra rimaste aperte ad abusi e riusi, con le gambe dei ragazzi seduti a penzoloni su cigli smangiati dal caldo bastardo.
Esalazioni di umori, di odori, di voci di diavoli e angeli in strettissima discussione silente. Incomprensibili discorsi captati mentre cammino, sembrano led di una centrale segreta.
E continua ad avvicinarsi da dietro, spostarmi i capelli dalla nuca e odorarmi il collo. Di quel palazzo settecentesco è rimasto solo un arco spoglio, un segmento appena. Sembra reggere il cielo, i balconi svaniti all’indietro con le polveri da fuoco di venti africani.
Questo è il luogo dei disegni mentali: il vuoto che si configura di forme dentro il cervello.
Tocchi il nulla e percepisci il mondo intero.
Suggestioni e Illusioni. Teatro e musica dallo Spasimo, istinti di sopravvivenza ritagliati sul parco delle buone intenzioni del recupero urbano. Propensione al futuro di un’arte contemporanea su pietre divorate a morsi.
Commistioni.
Esalazioni.
Il mio profumo alle sue narici.
Distrattissima…potrebbe annusarmi tutta la notte di questa passeggiata allo Spasimo in ogni centimetro del mio collo sudato ma continuo a tenere i miei occhi grandi come fanali sul buio della Kalsa. Luna piena e muri evanescenti. Palme imperiali e puntini di gelsomini come coca brillante nella notte. Regali improvvisi di una donna scialacquona. Facciate liberty a protezione di voragini spagnole infami.
Forse sono indifferente: il brivido che sento forse non è suo, forse non è suo il fiato sul mio collo, forse non è suo il silenzio clandestino, forse non è stato lui a condurmi -in apparente casualità- al centro della trappola, forse è questa strada, questa piazza, forse questa chiesa mai santificata, o forse sono gli spasimi dello Spasimo, forse è la consegna di un respiro anonimo lanciato all’aria da malati terminali di una Palermo nobile e finale, carogne bucate che immagino in sequenza. Ho una estrema percezione della morte , la riconosco ovunque vada.
Sono archeologa di necropoli.
Tutto ovvio! Non è lui.
Ha oltrepassato il mio Rush e sta puntando dritto a me.
Presa! - Mi dice.
Spasimo interiore e spasimo di pelle.
Kalsa, “l’Eletta”.
Che mi fai?
Tace. Sa bene cosa fare. Allungo il passo e alzo il collo, non per lui, ma per quella bambina sulla strada coi gomiti alle ginocchia. Broncino chiuso e occhi grandi fissi davanti al Cinico TV. Cosa vedi, bimba bella? E’ notte tarda, torna a casa. Piccola bambina dello Spasimo. Mi sento come lei. Devo aver cura di me e stare attenta alle emozioni, ai pensieri, alla noia del caldo, alla dilatazione del tempo, a questo mio pericoloso temporeggiare allo Spasimo.
RICHIAMATA ALL'ORDINE PER UNA MISSY-ONE SPECIALE...
Rientro programmato: una settimana terrestre.
“Esclusa qualsiasi divagazione, Richiesta max concentrazione”.
La Stazione rimane aperta. Fatene buon uso:
organizzate party e amatevi!
Ma fatemi trovare VodkaTonic al rientro.
…E musica a palla.
Baci.
LA CURA
(in una allucinazione da caldo 2004)
Eh no, un milanese no! Tutti tranne un milanese.
Venuto qui a strapparmi la casa con i suoi soldi del Nord. Lo so come va a finire, lui e il suo accento da bastardo, rauco, seducente, che mi chiede di vendere.
Vuole tutto lui.
Me lo porterò a letto, me lo struscerò tra odori e sudori siciliani, mi faccio leccare un rivolo di granita ghiacciata sulla mia schiena bollente, lo impasticcio di succo di mandorle e gelsi rossi, quelli neri fuori e dentro sangue che macchia. Vedrà la mia bocca di colore rosso, liquida, zuccherina, una lingua serpentina che si arrotola sulla sua pelle. Devo convincerlo. Lo terrò chiuso in questo caldo infernale come in un carcere di piacere. Uscirà solo quando ammetterà che la casa resterà a me.
Gli dirò che ha sbagliato donna, che qui siamo diverse e lo faremo impazzire, tornerà a Milano come una bussola smagnetizzata, un cercatore d’oro a mani vuote, un computer senza scheda, una voce senza più parola, lo stenderò di mille cavilli perché io non cedo la mia terra.
C’è caldo a San Cono. Il centro esatto puntato con la matita nel cuore della Sicilia. Baricentro fisso di un triangolo diabolico. Passeggio con il mio cucciolo di dalmata che ancora mi sembra un estraneo. Un figliolo improvviso catapultato all’ingresso della mia area di pietà umana, infilato nel mio giardino con occhi piccoli lucenti, neri come il carbone, che mi tagliano il cuore, si infilano in recessi morbidi dell’anima che non devono esser aperti. Lo accarezzo e lui sembra esser nato qui prima di me. Un estraneo nella mia terra. Lo guardo come un marziano vedrebbe un terrestre presuntuoso dopo un lungo viaggio che piomba dentro la casa tua e dice: beh allora fatemi vedere come state da queste parti. Dovrei quindi raccontargli tutto, spiegargli che io a San Cono sono nata vissuta mille volte prima di lui, da secoli e secoli.
E continua a pisciare qui e là, a segnare perimetri mentali dentro il mio amatissimo recinto di bouganville arrampicati come serpenti sul muro a secco, covo affollato di lucertole verdi e brillanti. Cammina e corre come fosse a casa sua. Non è possibile restare impuniti in questa maniera, non chiedere il permesso, credere di poter arrivare all’improvviso e fare come se io non fossi mai esistita.
Il mio avvocato ripete da giorni che devo cedere la terra al milanese di Milano. Mi fa vedere carte mai viste. Me le srotola sul tavolo ad una ad una. E’ lento, parla piano, vuole che anche io le comprenda e gli dica che ha ragione. Al contrario, a me sembrano oggetti fantastici pieni di parole dal fascino perverso. Volendo, potrei farci persino una poesia o un cruciverba: esproprio, cessione, asse ereditario, particelle, articolo X della legge Y, tutti infilati dentro la radice quadrata del mio terreno, che mi pulsa dentro come fiato corto, ritmico. Ansimo al pensiero di perderlo dalle mie mani.
Qualcosa non regge: leggo e rileggo quelle lettere cercando di costruirmi almeno una frase che mi sia familiare. Vorrei farci una collana compiuta, un “pensiero stupendo”. Un proclama luccicante. Per esempio: questa è la mia casa e non la cedo. Indosserei questo gioiello in parata orgogliosa per il paesello, mi farei vedere vincente e ricca come una regina delle Amazzoni. Intoccabile e inaccessibile.
Invece, escono fuori ancora documenti, che si sommano agli altri sul mio tavolo antico, come sudice cartacce da macelleria. Sangue. La mia casa vivisezionata al centimetro, smembrata in quote di estranei di cui non ho mai sentito il nome. Disegnata su piantine e computi metrici mai avuti in possesso. Mi sento terra di conquista, o peggio: una donna stropicciata mille volte da perfetti sconosciuti, aperta, esposta, esplorata, investigata, calcolata e usata a propria insaputa.
Mi si costruisce la frase finale, quella che si ficca nel cervello come una ossessiva trottola mentale che continua a girare su se stessa e penetra dentro, perforante dall’ombelico alla schiena. Sta facendo un solco fino in fondo alla terra, sento in petto e dentro la pelle allargarsi il buco nero dell’angoscia: la casa non mi appartiene e devo cederla.
Mi chiama il milanese. Qual meravigliosa voce! Non so perché devo distrarmi su queste cose, io che sono rigida come ogni singola pietra di San Cono, terra dei fichi d’india, una distesa di filari lunghissimi pieni di spine e zucchero nascosto. Di qui non passa mai nessuno, devo concentrarmi sulla casa. Lui sussurra con fare gentile mille cose che sono fredde come il taglio di un bisturi. Ho pochi giorni per dimostrare che questi muri secchi mi appartengono. Inutile trattenerli con le mani e con le parole: devo attrezzare la difesa. Pare che siano già pronti gli alfieri e i fanti. Pure l’artiglieria pesante con la cavalleggeri.
Me li immagino in fila partire dal freddo e lontano nord per conquistare la mia terra. Barbari in discesa pesante, elmi cornuti e pellicce imponenti. Sono come la Chiesa della Vergine Santissima abbandonata in fretta dai fedeli, pronta per cedere agli usurpatori; una roccaforte normanna da scalare, una fiammante Troia da occupare.
Pensieri si susseguono, fantastico strategie notte e giorno, alterno sentimenti di guerra a ipotesi di compromesso. Non ho una lira.
Decido: lui sarà il guerriero che farò innamorare. Lo ridurrò in tanti di quei pezzetti di traditore che non avrà più altri desideri da oppormi. Mille ed una favola amorosa gli racconterò tutte le sue prossime notti siciliane, nel mio giardino segreto dell’inerzia. Non sa l’inferno che lo aspetta. Come dite voi milanesi, lassù: volevi la bicicletta, adesso pedala.
Pedalami tutta, quindi, amore mio dolcissimo. Vieni qui in Sicilia e odora questa bella pelle che volevi dominare. Ti farò credere di esser morbida come ricotta di cassatina a forma di minna con la ciliegina sopra.
Lui arriva domani. Anzi è già qui. Mi giro e mi rigiro nel letto immaginando il suo volto di barbaro. Lui come altri. Li ho stesi tutti. Questo sarà biondo con gli occhi azzurri.
Passeranno anni e secoli e sarò ancora qui attaccata alla mia terra come una cagna sull’osso. Prenderò il mio piccolo dalmata e lo studierò scientificamente per apprendere la sua tattica: vedrò i suoi denti avvicinarsi al boccone, odorarlo e non mollarlo. Ringhierà a chiunque si avvicini e sputerà alito di fuoco intorno.
Così farò col biondo milanese. Si, perché sarà proprio biondo.
Cerco di configurare un’area di possibilità nella quale associare con minimo margine di errore il suo volto a quella voce così meravigliosa al telefono. Mi è sempre piaciuto l’accento del nord; in particolare gli uomini di Milano. Così sexy, distaccati, suadenti, lungimiranti e frettolosi. Uomini con alberi frondosi di progetti che spuntano dai capelli, freddamente annodati a cravatte alla moda, in corsa metropolitana per meeting con tizio e caio, uffici e segretarie in Prada marocchina, macchine e autostrade, carte di credito e Telepass.
Cosa se ne fa un tipo del genere di una casa a San Cono?
Mi interrogo migliaia di volte. Aspetto che si faccia alba per esser pronta all’attacco sessuale di questa notte, l’unico modo che conosco da queste parti per ottenere ciò che voglio. Certo mi è riuscita sempre bene: col prete, con l’avvocato, il notaio e il geometra dell’ufficio tecnico erariale. Ma loro sono locali, assatanati e maniaci: trovano una donna disponibile con la scadenza di una volta ogni dieci anni. Sono uomini ciclici. Li prendi alla gola quando sono stremati dall’attesa. Mi hanno segnato sulle carte croci e visti utili che potrei essere una roadmap distesa sul tavolo di Camp David nelle mani di generali consumati.
Mi dice di incontrarci al Caffè Centrale. Io lì non vado. Troppi occhi a spiare. Per un’azione come la mia, è richiesta la massima discrezione. Potessi, gli infilerei un mantello magico, renderlo invisibile, e portarmelo a letto in un battibaleno. Lo invito a casa “mia”.
Sì, proprio nel punto esatto in cui lui vorrebbe sostituirsi a me.
Sono rimasta in piedi tutta la notte. Facciamo un conto: dalle 7 di sera alle tre di notte. Verso le 9 ero nervosa, verso le 11 stanca, alle 1.00 mi sono risvegliata come una tigre in gabbia e ho girato per la casa calcolando tutte le mattonelle, tutte le crepe sulle pareti, ogni singolo dettaglio di tavoli e credenze. Sarò uscita credo 377 volte fuori in giardino, controllato il cane per altre 256 volte. Non ha ancora un nome, questo intruso a quattro zampe secche, e per decine di volte stanotte l’ho osservato immaginandolo con un nome diverso.
Questa casa mi sta crollando addosso, pezzo per pezzo come l’impalcatura della mia follia. La prima botta sul fianco destro che dà sull’orto, poi uno scossone leggero sulla tettoia davanti l’uscio, e poi i primi terrificanti rumori dalla soffitta. La mia logica crolla, cede, si accatasta come un castello di carte al primo soffio di bambino. Il milanese è rimasto appiccicato alla mia mente, non è venuto e domani si portano via tutto. Sono rimasta da sola a ragionar con me stessa e i miei sogni di seduzione.
Non mi rimane altro che una infinita dolorosa schiacciante pietà per me stessa.
C’è silenzio intorno. Il silenzio di una notte mortale. Comincio a non reggermi più. Ancora una volta, domani, come altre volte, bei signori in abito bianco arriveranno con una macchina alta e mi chiederanno di seguirli. Poi passerà del tempo, in cui tutto sarò docile, calmo, estremamente soave e leggero, quasi invisibile, morbido e dolce. Farò una vacanza tra le nuvole. E poi, tornerò qui nella mia casa, sempre la stessa casa nella campagna di San Cono, intatta e precisa come la lascerò domattina e, per qualche nuova settimana a venire, come una pazza mi inventerò un’altra storia assurda come questa da dare in pasto al paese intero; finché non sentirò quella macchina, superare il filare di fichi d’india e portarmi via di nuovo.
Infine, aspetterò, rinchiusa come preda immobile, il click della chiave di sicurezza che aprirà la mia porta metallica e rivedrò l’ombra di un camice bianco stagliarsi sul mio letto fresco, e la sua voce maschile, in accento exclusively milanese, soffiarmi sulla nuca: “Signorina, lei ha bisogno di una nuova dose: da brava, rimanga così e non si giri”.
Blog profanato.
Oggi sono tornata e mi sono distesa sul letto. Mille creme mi sono passata per dissetare questa pelle secca da Sud finale.
Guardo il soffitto e penso a Voi: un blog come un letto disfatto!!
Vi ho appena letti, uno ad uno, ho visto cosa avete fatto. Posso sentire l’odore di ognuno di voi. Vi siete stropicciati nella mia stanza, nel mio rifugio sacro, GRM ha aperto la porta e ha fatto da padrone. Vi ha fatti entrare tutti: lui, il tenutario di Ade, mistificatore barocco trans dalla larga sottana romagnola e la risata ampia che scende sui tacchi dalla sua Harley dal rumore ruvido e si aggiusta la veste. Non mi ha chiesto nulla. Ha usato i miei rossetti e ha nascosto il fallo. C’è riuscito, ad ingannarvi. Dolce e gentile vi ha sedotti, vi ha detto che lui è di destra o di sinistra, che non importa altro che un pensiero forte e ha palpato le mie amiche blogger, SPUMA, UNFOR e CLIO. Diceva di esser donna e padrona di casa e poi vi ha sbattuti tutti sullo stesso mio letto di povera Missy assente, che invece vi avrebbe protette.
IANNOX è stato insolente e dubbioso, poi dolce come gattino ruffiano, nascondendo sul finale la coda animale che punge: la sua rivista prima di tutto!
Un amico mi dice: “devi riprendere possesso del tuo blog”.
Come si fa a riprendere il possesso di lenzuola stropicciate da 73 passanti? Dovrei tornare in questa stanza, col piglio della donna di casa, togliere via tutto, mandare in lavanderia, sistemare ogni cosa, far piazza pulita di tutto quanto sia avvenuto usando in ogni angolo la chimica del tipo forte, color viola acido, odore inferno.
Ma, prima di tutto, devo riporre l’oggettino col quale vi siete sollazzati alla grande:
LA BANDA DELLA CROCE.
Porla definitivamente sul comodino; far finta non sia mai esistita.
Mi sfugge un’occhiata alla pagina rimasta aperta, leggo e cerco di decifrare tutti gli appunti a margine che avete segnato: chi a penna rossa, chi una frase sottolineata a matita o un appunto scritto con la biro; qualcuno ha scarabocchiato il volto di una donna con labbra africane e pensava chissà cosa (forse GRM lo attardava con una delle sue performance dai nomi improbabili? Oppure ha chiamato le sue donne estere, in fila ordinata ad aspettare sulla Riviera?).
Un altro è passato sopra questa pagina e ha lasciato una goccia di caffè; un clandestino frettoloso ha disseminato piccole tracce di Coca che mi passo sulla lingua già che ci sono; poi anche macchie varie che faccio finta di non capire…
Vi siete divertiti senza di me? Eppure c’ero. Lo sapevate che c’ero… a casa mia avete fatto baldoria senza la Missy.
Penso e ripenso sdraiata spalmata sotto il climatizzatore a come riprender possesso del mio blog.
Potrei parlare del Sud estremo che ho visitato in questi due giorni. Della granita di gelsi più buona del mondo, leccata fino al fondo, con gli occhi di bambina fitti dentro il bicchiere. Della struggente decadenza del mio rientro nella patrie terre, fertili polveri disseminate al vento in decenni di gestione munifica tra Montecarlo e St. Vincent. Oppure potrei parlare della persona che era con me. O del ponte di mio nonno, perché sì, “io ho il ponte del nonno” e posso dirlo forte. Oppure di strani parenti molto colti e sconosciuti, ritrovati per caso dentro una tonnara dismessa piena di candele accese e organizzati in associazioni culturali di secessionismo siciliano.
O ancora, di quella coppia di gamberoni rossi succhiati dalla testa fino all’anima o della sborra di tonno fritta della signora Maria, che non parla mai ma ha due fossette generose quando gonfia le guance in un sorriso rivolto al marito. E dei bambini con gli occhi più azzurri del Sud, che mi hanno circondata, tra vicoli e minuscoli porticcioli di pescatori, correndo uno dietro l’altro coi dispetti dialettali sui denti monelli e aperti. E come tralasciare il vento africano che ti stacca il cervello dal mondo, che brucia sottopelle e pulisce fino alle ossa? Dell’aria che mi ha resa secca ed essenziale come a camminar nuda sul vulcano. E le storie di vecchie mattanze a sangue, uscite da carte geografiche di vecchi umani tra gelsomini freschi e notturni, o di quell’atrio scuro di pietra che chiude una coppia frontale di altari sconsacrati? O dirvi come sono state queste nuotate verdi, queste bouganville grandi come querce, o quel succo di caramella di carrubo ciucciato all’ombra.
Volete che continui ancora?
E invece no.
Siete stati fantastici.
E mentre ripongo queste lenzuola, ammirando il livello nobile col quale vi siete avvicendati nella mia casa, una piccola punta di curiosità ad immaginare cosa sarebbe stato se fossi rimasta qui…
Grazie a tutti/e!!!
Antimonium, Diamonds, Piergiuseppe, R4, Nofilter (specialsmack a te!), Selvadego, Trespolo, Dis, Kaosct, Ethico, Oshoosho, Lemmy,Rick, l’altro Rick, Adriano., etc..etc..
Missy.