Guardo con occhio analitico dal 17 piano di questa camera copertina la linea vicina del Pacifico. 
E' l’ora buona di infilare i tacchi e scivolare verso la Fairfax, forse un po’ sbandando su La Brea che non fa mai male perché comunque poi mi riprenderei sulla Santa Monica, ferma e fissa con un’unica curva ben visibile non si sposta mai troppo dai fianchi, quando la vedo so sempre come tornare indietro, anche prendendola in alto sulla freeway 10 west, non east altrimenti mi spinge nel deserto e quel rosso improvviso mi può andare al cervello e perdere definitivamente la direzione è solo un passo.
Sorriso idiota da turista gentile e 5 dollari al valletto messicano. Mani solerti, veloci e scure aprono macchina lucida di donna europea stranamente esperta di strade da queste parti. Mi infilo ricambiando sorriso, uno va uno viene qui si sorride sempre.
Lei è italiana, sa che in questa città c’è un museo che ha rubato tutta la roba all’Italia?
Ah, ma va incredibile… non ne sapevo nulla.
Non faccio neanche broom. Le automatiche inducono allo scivolamento dolcissimo su una luccicante superficie grande come il Lazio…yeah yeah yeah yeah yeah… destra sinistra dritto sempre dritto oltre il dritto sempre più dritto. Oceano alle spalle e a diritto senza cambiare. Oppure Oceano di fronte e a diritto ancora senza saltare un incrocio. Me li voglio fare tutti, sono larghi e persino sexy. Sarà quel l’Hummer nero che aspetta io gli passi davanti.

N. Canon Dr., Bedford e Rodeo Dr., o giù per Doheny Dr., saltare la sincronizzazione e infilarli uno ad uno come gioielli su collo di donna incalifornita fino alla tiroide. Ci ripenso. Un goccio salato di melanconia rigurgitante e torno indietro, non va via il mio conto privato con il passato cristallizzato molto chiaramente e bruciante in queste strade del futuro, sono scene personali che sostituiscono attori ed insegne luminose sui cartelloni grandi come un campo di tennis. E infatti non è vero che non esiste un passato in America, anche qui c’è sempre un piccolo microscopico antecedente fatto di rosso pulsante sotterraneo solo che si fa finta di non sentirlo e di andare sempre avanti, ma la nostalgia losangelina è più forte del dritto frontale californiano e questa volta quindi sono costretta a scivolare alle mie spalle emotive sulla San Vicente Blvd. e ripassare su Montana Ave. all’angolo con la 14th. Rintraccio ad occhi chiusi il mio ex single rosa, stesso cancelletto bianco, laccato di leggerezza, ero l’unica a stendere le mutandine in tutta Santa Monica nella verandina del mio single zuccherino al gusto vanigliato di Wild Oats dove il solito meraviglioso massaggiatore di donne di Pacific Palisades, all’uscita delle casse, attende chissà che io ritorni lì dentro.
Tre anni.
Mie care ex vicine di case, quanto volte vi siete fatte toccare da questo spettacolare massaggiatore biondo che vi attende dentro il supermercato più chic del pianeta, mica fuori o in altro locale, ma proprio qui dentro il nostro amato market naturalistico tutte belle donnine da yoga prezioso sigillate in club di segreti patinati, a sfogliare le vostre carte a nome d’oro stampigliato sotto il sole californiano, i soldi sembrano campi di girasoli sulla Montana Ave., e avete poggiato di lato, con distacco, su un canestrino di educatissimo vimini le sporte organiche piene di lattughe preziose come un piccolo pensierino di Bulgari… la carota perfetta, il cetriolo corposo, un cespuglietto di finocchio selvatico per gradire. Prego si accomodi.
Ma torno cinica: destinazione Fairfax. L’avevo in mente. E neanche vicino a Sunset Strip, ma giù verso Culver City, che tanto poi risalgo per la Hauser e mi dedico a Vine, sempre avendo La Cienega in mente come la mia amata tra tutte.
Cerco a fiuto di memoria un angolo sporco con bottega che manco si vede nella città con le luminarie schermatiche più violente e seduttive del mondo. E’ un piccola pizzeria a taglio di ebrei anziani che fanno anche il loro pane. Li ricordavo piccoli e curvi, sapienti e antichi, immersi in una umanità fritto misto ficcata dentro 20 mq. di pelle umana mediterranea dall’odore di pomodoro e spezie. Olio di oliva. Era uno dei pochi posti dove non sentivo la mistura disorganica di messicano, thai, giapponese, indiano e coreano, entravo e sbandavo tra odori sani e buoni come casa e bucato della nonna anche se tutto, lì dentro, era sinceramente molto sporco e profondamente inglobato.
Non lo trovo, passo avanti, ritorno indietro, vado al sud e scendo ad imboccare la Rose, che se la prendo verso destra finisco a Venice, ma se giro a sinistra vado all’inferno di Downtown. 80 miglia in una notte svagata e non me ne accorgo neanche. Ville e palme. Dal finto cotto lussurioso al cartone tortile e marcio senza nessun inganno. La radio sta mettendo musica bellissima. Non ho appuntamenti di alcun tipo, ma non posso, non posso non posso infilarmi nel buco nero me lo dicono tutti che non devo andarci mai di notte.
Questa città ha gli Hummer-limousine. A New York circolano ancora le vecchie Lincoln, frammenti di classe decadente e rovinata da tutte le parti. Il rosicchiamento della crisi arriva sempre con quella ragionevolezza tardiva e giustamente disinteressata in California. Amo L.A. più di ogni altra città-femmina. Piatta, larga, estesa, verdeggiante sul deserto, oasi sfidante bevitrice di acque straniere peggio di una sucaminchia che si spreme un esercito di mercenari e continua ad esser placida e fresca come una giovinetta intoccata. Idrovora con classe, sanguisuga di energie altrui, dilapidatrice consumista, polveriera etnica.
L.A. dolcissima e triste. Musica che tocca l’anima, milioni di sguardi solitari su oceani infiniti e tramonti struggenti. Religioni nascoste ed angeli perduti in cerca di amore. Wilshire, antica via dei bisonti americani, asfaltata da qui all’eternità ne faccio alcuni pezzi ma non troppo perché c’è sempre il nero in mezzo da qui al deserto e mi dicono che non devo andare.
Voglio la pelle nera ma sono bianca.
Non voglio la pelle nera perché ho imparato che è meglio fare la fila della cassiera bianca invece di quella nera.
Ho appreso velocemente che me la devo fare così questa storia delle razze.
Voglio la musica nera con vodka invece di whisky e sono molto opportunista.
Rifiutata nell’ora del tramonto sulla Monumental Valley.
L’altro indiano mi chiese di restare a vendere turchese.
Mangio sushi col limone se proprio voglio superare questa storia delle differenze.
Amo la musica bianca, il rock, la techno e sono esattamente come devo essere dalla parte bianchi ricchi.
Non scherzo più sulle religioni.
Sto muta. BUCK FUSH. BUCK FUSH. BUCK FUSH.
Pure io, si pure io. Sicilia Mafia. Io.
Quanta genetica tedesca hai in famiglia.
Un quarto Asian e un quarto Sweden.
Cattolica. Cattolica?
No scusa. Anche. Forse.
Quando penso alla Scozia, per me Chris diventa l’America intera. Tutte le colpe su di lui.
Quando penso all’America, per me Annie diventa l’Europa intera. Tutte le colpe su di lei.
BUCK FUSH.
Chris, in Europa l’assistenza sanitaria è gratuita. Chi paga. Paghiamo tutti. Beh, anche noi paghiamo le compagnie non cambia quindi molto. Cambia: da noi si paga per tutti. Mah, non capisco.
California interiore, quella di prima e quella di adesso.
E’ Lei al primo tatto, la sento mi entra come lingua dolce a lunga durata, oceanica, bruciante, svaporata, immaginifica, cartellonata, illuminata, desertica e musicalmente ineccepibile. Distante, regale, immensa, superiore, espansa, solare, ventosa, abbraccia, stona, scalda, seduce, bacia, scopa, abbandona, torna.
Ci siamo fatte 3 Thanksgiving insieme.
In Scozia, l’altro Natale, il nuovo fidanzato di mia sorella era più a casa di me.
Ti senti sola, tesoro?
Abbiamo fatto 10 anni esatti che siamo venute qui la prima volta.
Sei una Associate Curator adesso, brava!
Ti senti sola?
Perdimento.
Siamo rimaste le uniche.
Jen ha un bambino ora a San Francisco. Si chiama James IV.
Io e lei quella notte a cercar Sheriff a Venice.
Come fregare un pusher tatuato e harleysta delle Hawaii.
Non siamo riuscite a dormire per tre giorni e tre notti.
Dormi? No, io no, e tu?
James IV.
Tu eri a New Orleans, quel fine settimana di 8 anni fa.
Vi persi entrambe.
Raccontami dei cimiteri di New Orleans.
Ho la percezione delle necropoli. Le sento prima di vederle.
Perdimento.
Conflitti per sistemare quello che sento esser più casa della mia Sicilia.
Niente chiese-nessun dio,
niente piazze-nessuna fontana,
niente barocco-nessun barone.
La sua Business Card, prego. La faxiamo a New York.
Riunioni come film.
Incalifornita.
Di nuovo. Sempre. Mai smesso.
Mescolatissima.
Ricordi cosa si diceva tutte e tre insieme: non sappiamo perché ci piace L.A., ma ci piace da impazzire.
A South Central non avremmo detto così.
Enjoy, Annie!
Enjoy, Missy!
Marion non è mai stata ad east della 405.
Esagerata.
BUCK
FUSH
Qui si cena alle 6.30 del pomeriggio e si ingrassa a bestia anche se non mangi niente di veramente riguardevole e che possa passare alla memoria, che alla fine rientri in albergo e ti chiedi che e` successo che sei cosi piena e gonfia quando non capisci I sapori anche se se stata da Drago che costa quanto un vestito di Armani e tu gli chiedi ma come fate la pasta con le sarde, che ci sono sarde nell`oceano? e lui risponde che effettivamente si tratterebbe di sarde forse europee nel senso di nord europa che un po` ci assomigliano e quindi fai la domanda di riserva sulla zuppa di pesce mediterranea e lui quindi a questo punto non puo` dire altro col baffo doppio malandrino che effettiavmente di mediterraneo c`e solo il nome sul menu.